Ricerche

Le persone mature e la città

(Giuseppe Dal Ferro)

La città, secondo Max Weber, è il luogo della libertà e delle relazioni, sorta ai margini dei regimi feudali del Medioevo, per lo scambio di merci e di informazioni. Oggi essa conserva le antiche caratteristiche, ma è percorsa da confusione, contrapposizioni, a volte da condizioni di scarsa vivibilità, a causa di individualismi esasperati che si accordano solo sulla linea dell’utilità, dell’interesse, con una prevalenza dei gruppi forti sui gruppi deboli. Come restituire alla città una convivenza caratterizzata da una cittadinanza per tutti di mutuo rispetto, la quale unisca i cittadini in un insieme di diritti e di doveri, in un quadro di giustizia sociale? Gli elementi portanti di una risposta sono due, un quadro di diritti e doveri uguali per tutti e la possibilità di partecipare alla vita della città da parte di ogni cittadino, con il riconoscimento del contributo significativo che ognuno ad essa può dare. Affrontando il tema “Persone mature e città” è indispensabile assumere i due principi indicati come punto di riferimento e parlare di “cittadinanza attiva” delle persone adulte e anziane. Ciò significa uscire dal vecchio assistenzialismo, che provvede solo ai bisogni, assicurando a tutti autonomia e partecipazione. La persona matura o anziana chiede di poter vivere in condizioni dignitose, e contemporaneamente chiede piena cittadinanza, cioè possibilità di partecipare alla vita della città senz’essere segregata in una prigione d’oro. Si noti come la città sia parte costitutiva della identità della persona e come proprio le persone adulte mature siano essenziali per tramandare tale identità alle altre generazioni.
Il discorso è assai importante nella nostra città, che vede aumentare progressivamente il numero di persone non più impegnate in età lavorativa, in buona salute, nel pieno della prestanza psichica, per molti anni. Sorge l’interrogativo: come organizzare in futuro l’assistenza agli anziani? Come ridisegnare la città in modo che anche le persone anziane possano esercitare una cittadinanza attiva assieme alle altre fasce di età? Davanti all’urgenza delle liste di attesa per entrare in una casa di riposo allora, ci dobbiamo interrogare se la risposta sia di moltiplicare queste istituzioni, rendendole confortevoli il più possibile, oppure ripensare alla città come luogo di relazione e di partecipazione per tutti, compresi gli anziani, da mantenere il più possibile nel contesto urbano.
La ricerca attuata dall’Istituto Rezzara, insieme con l’Ipab di Vicenza nell’aprile-maggio 2006, si è proposta di ascoltare il pensiero di persone adulte e anziane, che hanno risposto a un questionario loro somministrato sul tema “Impegno sociale: dovere o opzione libera?”. La ricerca mirava a cogliere le attese degli adulti e anziani, sulla linea indicata della “cittadinanza attiva”. Le persone interrogate (n. 1.228) appartenevano ai frequentanti dell’Università adulti/anziani della città e della provincia. Fra coloro che hanno risposto il 39% era fra i 55 e i 64 anni, il 40% fra i 65 e i 74, appartenenti cioè a quell’età autosufficiente che si interroga sul proprio futuro; il 27,5% erano uomini e il 72,5% donne. I dati emersi possono essere raccolti in tre grandi gruppi: il bisogno di identità e di partecipazione, la disponibilità di essere utili, le attese della città senza paternalismi o prerogative.

1. Bisogno di identità e di partecipazione
Forse è scomparsa la figura dell’anziano che chiedeva prerogative e privilegi alla società, in forza del contributo già dato attraverso il lavoro. Dalla ricerca è emersa la volontà di uscire da situazioni di dipendenza, di trovare una propria capacità di giudizio, di sentirsi utili, di sviluppare una vita di servizio e di cooperazione con altri, in modo libero e flessibile. La conseguenza è che l’anziano non vuole privilegi, quanto coinvolgimento come parte integrante della società. Alla domanda su ciò che lo “gratifica di più”, di scarso rilievo sono risultati lo star bene economicamente e il divertimento: il 31,7% apprezza la possibilità di programmare la propria vita nella libertà e il 22,9% il gusto di imparare cose nuove. Al rovescio ciò che lo “angustia di più” non è l’incertezza economica (8,1%) e neppure l’invecchiamento (12,1%), ma il sentirsi inutili (35,8%) e trovarsi nella solitudine (21,8%). Si osservi come i due ultimi dati insieme rappresentino il 57,6% delle risposte. A tale bisogno di partecipazione corrisponde la domanda di cultura e di relazioni significative per rafforzare la consapevolezza della propria persona, il desiderio di viaggiare per conoscere e stabilire relazioni nuove, l’amore alla vita di famiglia e l’incontro con amici.

2. Disponibilità ad essere utili
Negli intervistati si rileva la convinzione generale di dover fare qualche cosa per gli altri, con gratuità, senza troppi vincoli. Le attività preferite riguardano la vita di relazione come il rapporto con i nipoti e le opere di carità. Meno ricercate sono le attività politiche e sindacali. È interessante che alla domanda “se si desidera fare qualche cosa per gli altri”, l’81,2% abbia risposto “sì”, anche se il 66,2% ha precisato che ciò deve essere considerato scelta opzionale e non dovere sociale (23,9%). Sembra in questi dati sopravvivere ancora in alcuni la mentalità di aver già adempiuto al proprio dovere sociale nell’età lavorativa e di poter ora vivere un tempo di libertà. Il desiderio però di impegnarsi è reale, dato che il 55,5% è disponibile ad un impegno fisso di alcune mezze giornate la settimana e l’88,4% ad attività saltuarie, dati senza distinzione fra abitanti della città o della provincia e fra uomo e donna. Gli intervistati sono disponibili a servizi in casa, come accudire i nipoti (50,96% donne e 47,54% uomini), ma anche a servizi sociali nell’assistenza (34,29%), nel volontariato sociale e culturale (28,06%), nella vita parrocchiale (29,64%). C’è un rifiuto pressoché totale invece per l’attività politica, di quartiere e sindacale. Dalla ricerca emerge anche un 18,2% che non ritiene di impegnarsi o per malferma salute, o perché già impegnato in casa. Solo una piccola frangia giustifica l’indisponibilità perché demotivata o non richiesta.

3. Attese dalla città
Per completare il quadro la ricerca chiedeva anche che cosa gli intervistati si aspettavano dalla città in prospettiva futura. Dalle risposte si evince come la qualità della vita stia spostandosi dall’appagamento di bisogni materiali alla vita di relazione, dalla quantità di confort e di agevolazioni all’autonomia e al rispetto per ogni persona. Tali qualità vengono richieste anche se, per necessità, si deve ripiegare in casa di riposo o in strutture protette, richieste più dai familiari che dagli interessati. È interessante il dato emerso che solo il 21,09% apprezza agevolazioni particolari per loro come la carta sessanta, mentre il 67,26% chiede alla società servizi di sicurezza alla pari di tutti. Ai centri generici di socializzazione per anziani (20,36% di consensi) si preferiscono iniziative culturali per tutti (73,86% di consensi). Circa il futuro abitativo si preferisce rimanere in famiglia (59,6%) con eventuale supporto del servizio domiciliare nel caso ci si trovi soli (20,7%). È emersa una esigua minoranza (10%) con la richiesta di case di riposo, anche se queste erano state presentate in termini positivi “case di riposo accoglienti”, “case albergo”, perché le esigenze più marcate emerse dall’inchiesta sono l’autonomia (89% donne e 80,6% uomini) e le relazioni significative (97,1%). Si chiedono in particolare orari liberi (89,6%), personalizzazione dell’ambiente con oggetti propri (96,2%), possibilità di intrattenersi con familiari e amici (97,1%). L’organizzazione tecnica, la divisione in gruppi artificiali e cose del genere sembrano riscontrare scarso interesse. L’animazione culturale interna è richiesta maggiormente dagli ultrasettantacinquenni. Dall’insieme risulta un giudizio sulla casa di riposo come male minore e come esigenza dei familiari più che degli interessati di fronte alla non autosufficienza.

4. Alcune annotazioni
Dalla ricerca emerge che i nuovi adulti e adulti maturi sono persone protese non tanto all’appagamento personale quanto all’essere significative nella società, disposte ad un impegno sociale gratuito, attuato con modalità e flessibilità da stabilirsi caso per caso. Ciò che non vogliono è l’essere di peso agli altri vantando diritti. Della ricerca elenchiamo alcune sottolineature, che ci sembrano significative. 1) Queste persone amano coltivarsi personalmente perché hanno la consapevolezza che ogni arco di età ha una propria ricchezza da esprimere. Non ricercano il divertimento fine a se stesso, ma l’essere utili in qualche modo agli altri, ritenendo la relazione l’aspetto fondamentale della persona. 2) Rifiutano in genere le forme assistenzialistiche e le agevolazioni, preferendo essere trattati come tutti i cittadini. 3) Circa il loro futuro chiedono che sia rispettata il più possibile la loro autonomia e siano favorite le forme di relazione primaria, quali quelle parentali. 4) Dimostrano particolare apprezzamento per la qualità della vita e per la gratuità dei rapporti nella società. 5) Sono del parere, pressoché unanime, di voler fare qualche cosa per gli altri per non essere emarginati, anche se con modalità da definire, con flessibilità non secondo schemi produttivi. Possiamo concludere affermando che queste persone rappresentano una enorme fonte di energia per la società civile. È indispensabile trovare forme idonee per non emarginarle. Qualcuno osserverà che il quadro descritto non corrisponde alla totalità delle persone adulte e anziane presenti nella società, dato che è sotto gli occhi di tutti un mondo di anziani chiuso in se stesso, in difesa dei propri diritti. Possiamo però ritenere che, attraverso forme sistematiche di cultura, è possibile ridestare in tutti il superamento degli schemi del passato e raggiungere quanto emerge dalla ricerca. Ci sembra di poter quindi affermare che i dati emersi rappresentano i bisogni profondi dell’età adulta ed anziana e offrono un orientamento per politiche idonee nella società del futuro.

5. La città e le persone anziane
Prima di concludere ci sembra importante rovesciare il discorso con la domanda se sia la città a dover provvedere per solidarietà alle persone anziane o se abbia anche bisogno di esse. La conflittualità, la confusione, la scarsa vivibilità, di cui abbiamo parlato agli inizi, va ricondotta ai rapporti istauratisi oggi nelle città fra le varie fasce di popolazione, i quali fanno emergere le persone inserite nella produzione o nella società, con una certa emarginazione dei giovani e degli anziani. Una società armonica richiede invece l’integrazione di tutti i cittadini come tali, con la valorizzazione dei contributi specifici di tutti, se è vera la definizione weberiana citata della città come spazio di libertà e di relazioni. Sarebbe interessante soffermarci sul contributo relazionale e di servizio, all’insegna della gratuità, offerto dalle persone anziane alla città, per farla uscire da un certo pragmatismo di equilibri interessati, causa di disumanizzazione. Se è compito del governo delle città assicurare a tutti una cittadinanza di diritti, la società civile deve rispondere promuovendo una cittadinanza attiva, fatta di condivisione e di appartenenza. Quest’ultima non è scontata e sono le istituzioni educative e formative impegnate a realizzarla. Rimane comunque necessario che le persone anziane rimangano in città fra la gente, senza rivendicazionismi ma anche senza emarginazioni, perché di loro la città ha bisogno. A tale scopo presento tre indicazioni emerse dal lavoro di un gruppo di studio dell’Istituto Rezzara. 1) Favorire il permanere dell’anziano in casa. La propria casa assicura alla persona autonomia, libertà, inserimento nel contesto cittadino. L’anziano esprime l’identità della città ed assicura case abitate durante il giorno, quindi è una utilità sociale. È necessario provvedere allora ad adeguare le abitazioni di tali persone, togliere le barriere architettoniche, assicurare la massima protezione in modo da consentire loro di vivere senza pericoli. In alcuni casi è necessario provvedere ad un’adeguata assistenza domiciliare, con aiuti domestici di qualche ora al giorno, con il disbrigo delle pratiche burocratiche, spesa, lavanderia, pulizie, cibo, ecc. Si può pensare poi ad appartamenti abitati da anziani e da coppie giovani in un unico condominio. Qualora si predispongano tali abitazioni, è importante assicurare luoghi comuni per mangiare, giocare, leggere insieme. 2) Case albergo in città. Eventuali residenze per anziani vanno costruite negli spazi vuoti che si creano in città, con appartamenti autonomi, forniti di angolo cucina e servizi comuni, da utilizzare a piacimento. Importante è consentire momenti di autonomia e servizi comuni, meglio se utilizzati anche da altre persone. La persona anziana va poi aiutata a conservare la stima di sé, a moltiplicare gli interessi, ad esercitare il cervello, a sviluppare la vita di relazione, con apposite iniziative culturali e creative. 3) Case di riposo per non autosufficienti. Le case di riposo sono necessarie per i non autosufficienti. In esse è importante l’attività di animazione, di creatività, di sviluppo della memoria collettiva, di servizi di lettura, pittura e manualità creativa, ecc. Inoltre si devono prevedere spazi per l’incontro con i parenti e gli amici. Le tre indicazioni indicate sono una possibile riposta operativa ad alcune richieste presenti nella terza parte della ricerca esposta, proprio perché rendono concreti possibili orientamenti per una rinnovata politica con le persone anziane.